Blow up magazine May 2002

Review by Beppe Recchia.



múm - Finally we are no one (FatCat)

Il ritorno del quarteto islandese, diventato un piccolo caso due anni fa con il debutto quitemente melodrammatico Yesterday was dramatic, today is ok, non poteva essere meglio calcolato; nel momento in cui il chill-out è diventato musica di alto consumo e qualunque disco bleep e melodia viene accostato ai Boards of Canada - salvo invece suonare come la musica dell'Intervallo - finalmente un gruppo che sfrutta le possibilitá di giocare con l'incoscio uditivo non solo per stimolarlo con I ricordi dell'infanzia ma per creare nuovi paesaggi infantili, owero che non abbiano nè necesitino di parole. Giá le parole: in Finally we are no one, non avrete appena nemmeno il tempo di acclimatarvi per sentire Kristín e Gyda cantare (il singolo green grass of tunnel), ma le voci sono solo suono, non parole, un altro suono da aggiungere all'arsenale di chitarre, violoncelli, batterie, tastiere e fisarmoniche che I múm sanno utilizzare e dosare con sapienza.

Ripetono lo stesso trucco miracoloso utilizzato nel debutto- le melodie che scoprivano un soltobosco di frammentate soluzione ritmiche - ma questa volta ivertendo I fattori, cosi che dal tappeto di ticchetii si levino peiano le calde linee degli strumenti, disegnate con una mano che procede lenta e sempre all metá della velocità del beat. In piú conquistano l'uso del pathos, e in We have a map of the piano, dopo aver steso piú strati di suono, una pausa e poi una fisarmonica a trascinare l'orchestra animate e inanimate lasciano in apnea l'ascoltatore; ed ancora penso Don't be afraid, you have just your eyes closed, che sembrano gli Orbital arrangiati de Angelo Badalamenti, o a Now there's that fear again, che dá la stessa sensazione di essere colpiti da un raggio di sole in mezzo alla nebbia. Qualcuno ha parlato della musica dei múm come di elettronica minimale, ma sarebbe meglio chiamarla elettronica essenziale; come la línea sottile che separa all'orizzonte il maré dal cielo, così è loro la musica, impalpabile eppure precisa, almeno finom ai dodici minuti finali (The land between solar systems) che sublimano, in senso chimico ed estetico, I tre quarti d'ora già trascorsi. E ci si accorge che il titolo è quanto ognuno si ritrova a mormorare, immerse nella quita beatitudine di questo album. (8)



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